lunedì 9 giugno 2014

Identità

Se è vero che utilizzando i social network ciò che metto in gioco è la mia reputazione, ovvero il potersi fidare di me da parte degli altri, sia attraverso quello che pubblico a proposito di me sia mediante la fiducia che ciò che espongono è la mia vera identità. Allora se non mi esprimo con essi, se non ostento ciò che desidero e con cui potrei tronfiamente costruire la mia identità, prendendone i pezzi di materiale grezzo da internet, esisto o no? Se esisto, come esisto? Gli altri mi conoscono? Se volessero conoscermi potrebbero farlo? Sono presente agli altri solo parzialmente? E poi è veramente necessario o è in qualche modo utile che gli altri possano conoscermi così facilmente e, di certo, in modo parziale?
E se io resisto al mio desiderio di tracotanza, allora mento agli altri per il fatto di omettere volontariamente qualcosa?
E se sento accendersi un pezzetto delle mia muliebre identità in una musica, nel testo di una canzone, nel pensiero e nelle parole che vengono usate per descriverlo e se mi sento accendere alla vista di un quadro, di una foto, di un volto, di uno sguardo o di un intero paesaggio e desidero mostrare agli altri cosa mi accende. allora mi chiedo: è giusto e utile che io lo faccia? E se lo faccio a chi devo mostrarlo? O meglio, a chi è necessario che io lo mostri? Perché lui o lei o loro soli dovrebbero conoscere questa parte di me?
E se io mi mostrassi cosi, come faccio ad essere sicuro che gli altri mi capiscano? Come posso fare io e come possono fare gli altri a distinguere, ricevere e sentite il mio messaggio o un messaggio tra tutte queste pazze chiacchere senza voce?

Riflessione generata dallo  studio del libro "Perché studiare i media" di Roger Silversotn.