domenica 2 settembre 2012

Abbazia di Villanova a San Bonifacio

Abbazia di Villanova a San Bonifacio

*ATTENZIONE: il presente articolo e le foto correlate possono essere utilizzati solo per fini didattici e informativi, non commerciali ed è consentita la pubblicazione con indicazione di firma, data e sito dell’autore (http://www. rephotowriter.blogspot.it /), si chiede gentilmente di comunicarlo all’autore (danyre@hotmail.it)






A volte non si pensa a quanta storia ci sia dietro alle cose e ai luoghi, qui di seguito potrete leggere dell’abbazia di Villa Nova a San Bonifacio: questa chiesa, sperduta verrebbe quasi da dire, è custode di una bellissima e ricca storia, quella della campagna che scorre tranquilla e palcida, ma senza posa. Tra reperti archeologici dall’aspetto quasi magico, tra brandelli delle fondamenta del nostro passato, più antico e più recente (la struttura contiene un piccolo museo della I° Guerra mondiale) e tra piccoli esempi di un’arte europea che percorre la storia dal medioevo fino alle guerre napoleoniche spicca il “piede del viandante”, il pellegrino instancabile.

La fugace immagine del possessore di quell’orma illumina la vista e rimanda il pensiero ad altro, forse inscibile e insondabile, che immerso in una natura brumosa e chiara avanza con passo deciso verso la sua meta. “Quale?”

È possibile che una risposta incompleta ma soddisfacente la si trovi nell’osservazione delle fondamenta “non fondamenta”, visibili sul retro della costruzione in quello che sembra un piccolo anfiteatro o nella vecchia piccionaia o nel granaio o la grande aia, ora ristrutturate e ammodernate, che attraverso un sistema di simboli architettonici che si ripetono nelle varie epoche e nei vari stili senza stravolgimenti, costituiscono un’ampia visione a tutti riconoscibile del nostro passato.

Continua...







giovedì 30 agosto 2012

Mandello station


*ATTENZIONE: il presente articolo e le foto correlate possono essere utilizzati solo per fini didattici  e informativi ed è consentita la pubblicazione con indicazione di firma, data e sito dell’autore (http://www. rephotowriter.blogspot.it /), si chiede gentilmente di comunicarlo all’autore (danyre@hotmail.it)

Mandello station

La fotocamera, in quanto creatrice di immagini, è in grado di generare miti, cioè può mitizzare ciò che riquadra.

Il mito è un procedimento complesso, come insegna Roland Barths nel testo Miti di Oggi, ed è composto da un doppio sistema dialettico dove segni, simboli e significati del fatto che accade davanti agli occhi si sintetizzano tra loro originano il mito, cioè il termine o la definizione o il nome della cosa che si ha di fronte.

È affascinante il potere dell’oggetto fotocamera e fotografia, se poi le si paragona alla letteratura e alla sua capacità di generare miti grazie a epiche immagini mentali, la fotografia offre un qualcosa in più, un oggetto reale su cui investire il proprio sguardo; va ricordato che l’attribuzione di senso e significato dipende dalle conoscenze e dal sentimento, sia in fotografia (come in tutte le espressioni visuali) sia in letteratura, quindi le opinioni generate dall’osservazione sono soggettive.

Allora ciò che si sceglie di raccontare, per quanto semplice o di poco conto possa essere, può trovare una forma che ne acuisca il senso e il significato se tende al mito, cioè portando verso la sintesi più asciutta della comunicazione il proprio lavoro in modo che dica con il minor numero di termini (il mito è il nome della cosa o del fenomeno) ciò che mette davanti agli occhi dell’osservatore/lettore.

Questo è importante, è la contraddizione che caratterizza (per quanto ne sappia io) la comunicazione attraverso l’immagine, cioè quella che scontra la volontà del creatore di comunicare secondo i propri sentimenti e le proprie conoscenze (quindi tramite un sapere soggettivo) un qualcosa che viene interpretato dal ricevente in base ai propri sentimenti e alle proprie conoscenze (altro sapere soggettivo, per quanto universale possa essere).

È complicato, ma è così, è lo sforzo intelligente della comunicazione, la coerenza e la sintesi.

In questo concetto rientra questa serie di fotografie, scattate in un  periodo di quarantacinque minuti circa alla stazione ferroviaria di Mandello del Lario mentre ero in attesa di una persona.

-Io non sono né un illuminato né un arrivato, anzi sono tutt’altro: uno studente con le pezze al culo ma sono anche un essere pensante (il pensiero non è una scienza, ma si basa su conoscenze e pensiero soggettivi),  quindi invito l’eventuale lettore a prendere con le pinze ciò che scrivo, poiché è frutto della mia esperienza peronale-

Questo lavoro si inserisce in una ricerca teorica e di significato, con evidenti fini pratici (la serie di fotografie), che acuisca il senso dell’osservazione, del capire e interpretare la situazione che ci si trova ad affrontare; questo è solo il primo passo.

Come soggetto una stazione può non essere interessante, ma ha un valore, un suo significato e una sua ragion d’essere solo per il fatto che delle persone passano per di lì o lì aspettano.

“Per me la fotografia migliore è quella in cui ciò che più ti interessa, a livello subliminale, è in qualche modo quel che fotografi. La cosa più importante è cercare di essere in sintonia con le proprie emozioni”. Peter Marlow, Magnum Photos.

Re Daniele 22-08-12

lunedì 20 agosto 2012

Bologna, alla aicerca del Dottor Balanzon

*ATTENZIONE: il presente articolo può essere utilizzato solo per fini didattici e informativi ed è consentita la pubblicazione con indicazione di firma, data e sito dell’autore (http://www. rephotowriter.blogspot.it /), si chiede gentilmente di comunicarlo all’autore (danyre@hotmail.it)

Bologna, alla ricerca del Dottor Balanzon

 
 A Matteo Riva, affettuosamente detto Monty e a Rocco Clemente Andrea Lucariello, i miei compagni di viaggio.
La prima cosa che ho notato di Bologna e della sua gente è che questa è una città stanca, stremata, che non ce la fa più; magari sarà il caldo di fine luglio e l’inizio delle ferie, ma questa sensazione lìho letta chiaramente sui volti degli anziani, dei vecchi, che ne sanno di cose, sanno come funziona, o funzionava, la loro città.
            La stessa sensazione la percepisco camminando lungo i vecchi portici, solitari, tappezzati di insegne arabe e orientali e che non paiono essere molto curati dai residenti. Forse perché acuni di questi palazzi, sorretti dalle innumerevoli colonne, sono vuoti.
            Ma nonostante questa desolazione trovo un fervente interesse per la nuova tecnologia che avanza tra le mani di tutti noi, forse grazie al desing accattivante cui si accompagnia.
            Ma non è questo l’importante. L’importante è che ci siano ancora dei restauratori.

La sera nella piazza del Nettuno di Gianbologna si incontrano varie umanità, e ognuna di esse ha il suo tempo di permanenza in questo spazio, spesso quello di una sigaretta o di un pasto consumato velocemente su gradini dei palazzi o di uno spettacolo di artisti di strada; non è molto, sarà perché il vento caldo delle sere d’estate solleva fastidiosi schizzi d’acqua dalle bocche della Fontana che colpiscono il viso, il collo e la pelle calda e scoperta che ancora si brunisce al sole.

Molti “tipi” si ritrovano qui, in questo straordinario luogo di incontri che è la piazza, molti di strane umane umanità, quelle che si tengono un poco ai margini, in nome delle convenzioni sociali o di una personale scelta di costume.

Ma che cosa vuol dire ai margini? È difficile da spiegare: non ai margini delle attività sociali, anzi, questi tipi ne fanno parte pienamente, è più una marginalità di relazioni, è come se tra gli appartenenti a queste strane umanità e la gente cosìddetta normale (poiché il concetto di ‘normale’ è molto vago e privo di argomentazioni valide viene qui inteso nell’accezione di ‘tipico’ del posto) ci fosse una distanza silenziosa e priva di odore, come se i primi non fossero compaibili con i secondi e da nessuna delle due parti ci fosse una volontà di avvicinamento.

La logica dell’immagine irrompe nella storia e condiziona scelte, coscienze e idee. Bologna è l’immagine di una strana umanità o un contenitore nella cui ombra questa trova nascondiglio.

Bologna la rossa, una delle capitali del pensiero libero, secondo la legge, attira a sé innumerevoli soggetti, molti dei quali studenti o presunti tali, che nel suo centro, tra le colonne dei portici, professano la propria libertà, o almeno così credono, poichè assumere le sembianze, l’immagine totale, dell’archetipo di un ideale significa anche esserne schiavi e arrecare più danno all’idea che si vuole realizzare che non valorizzarla.

Le leggi, si sa, sono fatte per favorire una convivenza civile dalla quale nessuno sia escluso a priori; sono i regimi totalitari che con le loro ideologie le infrangono per meglio imporsi, a cominciare dalla libertà di pensiero. Voglio essere più chiaro: insozzare spazi e passaggi pubblici non è segno di libertà, civiltà e intelligenza, ma solo mancanza di rispetto e mala educazione; questo atteggiamento di estrema libertà denota una totale perdita della memoria e del rispetto nei suoi confronti, ma a favore di che cosa?

C’è molta storia a Bologna, come in tutta l’Italia, lo si vede non solo passeggiando lungo i portici e nelle piazza, ma anche nei musei, che da quello archeologico dell’Archiginnasio al Mambo di arte moderna testimoniano una produzione artistica e culturale ricca e variegata di grande interesse.

Ma chi era il Balanzone?

“Il titolo conta poco quando si recita a soggetto: contano invece il brio e la capacità degli attori di improvvisare situazioni intorno a maschere dal carattere ben definito. Il dottor Balanzon (detto anche Spacca Strummulo, Francoli, Bombarda e Scatolon, Dottor Lembron ch’an guaress icion) è un cialtrone che non fa parlare chi seco parla, sentenzia sempre a sproposito, crede di essere filosofo, scenziato, medico, astronomo ed avvocato e di tutto parla e vanera. La maschera (XVI° secolo) vuol canzonare quei dotti che dotti non sono, quei falsi sapienti che appestavano l’aria con tutta la loro sapienza”. Da “Le Cento Città” edito da

Passando tra gli antichi palazzi delle vie del centro si percepisce la presenza della storia e il suo scorrere di cui sono intrisi i rossi mattoni della facciate - quante storie potrebbero raccontare quelle pietre se potessero parlare - tanto che bisogna fare attenzione ai fantasmi della notte quando si osserva la città nei suoi antichi riflessi.

Girovagando per la città, sentendo un po’ la fatica, ci si siede su di un muretto per fumare una sigaretta o un toscanello e può capitare, in queste ignare pause, che taluni personaggi tengano con il fortunato fumatore una lezione di storia, di diritto o di qualsiasi altra cosa sia oggetto di studio e interesse del libero pensiero. Non è dato sapere quanto autorevoli siano questi loquaci e attenti personaggi, né quali titoli di studio psseggano né se siano sotto l’effetto di una qualche sostanza psicotropa. Comunque sia ascoltare l’opinione d’altri e confrontarla con la propria può solo far bene, è così infatti che si nutre il pensiero.

Sotto portici, tra i campanelli e le porte delle case, compaiono di tanto in tanto delle grandi portoni in legno con accanto una targa recitante “Chiesa di san …”, dove, al loro interno, trovano riparo i matti dei portici. Incredibile come l’immagine dell’infinito percorso tutto fatto di incroci e salti, creato dal fluire dei portici, rispecchi così bene al matto vagabondare alla ricerca della verità, in un brillante caos interiore che avvicina questi esseri al cielo più di tutti quanti noi.

Questa è un cosa che insegna Bologna: la vita è fatta di amore dato e ricevuto e di soffernza anch’essa data e ricevuta, e l’accesso ad un mondo più alto di questo, sul quale poggiamo i piedi, è rso possibile alla somma di questi quattro addendi. I matti sono già a metà strada: essi ricevono grandi sofferenze e sono capaci di provare grande amore.

Ecco a voi il dottor Balanzon.

Re Daniele 16-08-2012



giovedì 9 agosto 2012

Roland Barthes, la camera chiara

Commento a “La Camera Chiara” di Roland Barthes

In breve, l’analisi attuata da Barthes parte dal sentimento, ciò che io (Lui) provo di fronte a un’immagine fotografica, in quanto “io” sono misura e riferimento del sapere fotografico e dell’analisi di cui sto investendo la foto, cioè lo studium, il sapere culturale che traggo dall’osservazione dell’immagine.
Questa analisi presuppone un altro elemento, il punctum, che è in diretta relazione con il sentimento: perché quella foto mi interessa, mi avviene e mi anima. il fatto di non conoscere la causa di quest’attrazione o predilezione per una foto in particolare è un motivo di forte interesse ad approfondire lo studium e lo giustifica.
Il noema della fotografia si desume dal fatto che ciò che io vedo, il referente della fotografia, è stato posto davanti alla macchina fotografica; “è da questa mescolanza di stato reale e stato passato che si attesta il noema “è stato”; ciò che io vedo è realmente stato lì, in quanto la fotografia è contingenza pura e porta sempre con sé il suo referente”.
Ma il ragionamento non si ferma qui: il tempo assume quindi un grado di importanza essenziale nella lettura della foto e nella sua percezione, anche come morte. Io sono qui e ora, ma “perché?”, si chiede Brthes.
Il tempo passato e quello presente si rincontrano nello studium in quanto non è possibile prescindere dall’esperienza personale (vissuta nell’oggi) e dal fatto che la fotografia rappresenta il passato.
Barthes accenna alla fotografia come l’immagine della morte nel tentativo di perpetuare l’immagine della vita, in un’epoca in cui il monumento funebre, ricordo del defunto per onorarne la vita, perde di senso e significato e la fotografia ne sostituisce le funzioni. In ogni società c’è infatti bisogno dell’immagine della Morte, territorio di grande e suggestivo interesse che attende di essere indagato appieno.
La conclusione del saggio non dà risposte, ma lascia la mente libera di scegliere quale strada seguire: ritorna al sentimento da cui parte.
Il titolo, La Camera Chiara, è riferito all’ultimo passo di questo ragionamento: l’aria di un soggetto, ciò che io percepisco del un volto di una persona, non passa da una camera obscura, bensì essa è “l’ombra luminosa” del soggetto, un qualcosa che esiste ed è sempre lì in virtù del fatto che il soggetto esiste e che si collega a me tramite un canale luminoso di affetto (sentimento) e ragionamento (idea e pensiero).
Pazza o savia? È pazza se dice o se non dice? Se dice troppo o troppo poco? Se è reale o illusoria?
“È saggia se il suo realismo resta relativo”, “Sta a me scegliere se aggiogare il suo spettacolo al codice civilizzato delle illusioni perfette”, “ è pazza se è assolutamente reale, se porta alla mente la lettera del Tempo: moto propriamente revulsivo” che inverte il corso del ragionamento riportandolo alla realtà e al noema “è stato”, quindi affermando il passare del tempo, dandone una prova certa, “l’estasi fotografica”, quando riporta alla coscienza il reale che ci appare incomprensibile in quanto non può essere codificato nella sua totalità in immagini o illusioni.
È savia quando non aggiungendo informazioni si presenta come immagine all’interno del tempo quotidiano, quindi in quanto immagine non è del tutto reale e in parte illusoria, con la medesima forma, o meglio logica, di tutti gli altri miti del nostro tempo, che in quanto tali sono immagine e illusione di un qualcosa.
È pazza quando porta con sé dei messaggi che arrivano alla coscienza e svegliandola le comunicano che la realtà “è stata” proprio cosi.
In conclusione cosa dire di più? Per operare e capire qualcosa è meglio seguire l’istinto, ascoltare la pancia e il sentimento e poi usare la testa.
Noema: nella filosofia di Aristotele, l’oggetto dell’intuizione intellettiva allo stato puro; nella filosofia di Husserl, la modalità oggettiva dell’apparire della cosa nell’esperienza vissuta. Significato di un glissema: voce o espressione oscura o non usuale; nota esplicativa di tale voce.
Re Daniele 19-06/07-08-12