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lunedì 30 giugno 2014

Henry Peach Robinson

Henry Peach Robinson

Henry Peach Robinson  nacque a Ludlow il 9 luglio 1830, morì a Tunbridge Wells il 21 febbraio 1901, fu un fotografo britannico, esponente attivo del movimento pittorialista e sperimentatore della tecnica del fotomontaggio, che utilizzò in tutta la opera. Raggiunse la celebrità nel 1858 con la foto, fortemente simbolica, intitolata Fading Away: dove sono rappresentati il fidanzato, la madre e la sorella mentre circondano il letto di una fanciulla morente.
Iniziò la sua professione come libraio, ma, influenzato dal’opere del pittore William Turner, si interessò di pittura e nel 1850, guidato da Hugh Diamond, scoprì la fotografia a cui si appassionò talmente tanto che nel 1857 abbandonò l’attività libraia per aprire un laboratorio fotografico, nel quale si occupò del ritocco fotografico dei ritratti,  a cui applicava il colore o ne correggeva le imperfezioni direttamente sul positivo. Insoddisfatto della resa delle pellicole, utilizzò estesamente la tecnica del montaggio di più fotografie esposte diveramente per le luci e per le ombre, così da rendere correttamente i toni del paesaggio.
Una delle tecniche più usate all'epoca era quella all'albumina, dove un composto di albume d'uovo e nitrato d'argento veniva spalmato su una lastra di vetro, questa emulsione, come altre tra le prime, era più sensibile alla luce blu, la quale si imprimeva più rapidamente, motivo per cui risultava indispensabile il fotomontaggio in fase di stampa.
Fu uno dei membri fondatori del circolo fotografico Linked Ring Brotherwoow, e un membro della Compagnia d'Onore della Royal Photographic Society. Robinson fu tra i più noti ed influenti pittorialisti inglesi, non solo  per il suo contributo tecnico, ma anche  per i numerosi saggi teorici incentrati sul tentativo di dimostrare il valore artistico della fotografia a confronto con la pittura. Nei suoi libri Robinson  spiega le tecniche per fare fotografie artistiche e dice di non esitare a ritoccare quando è necessario.
Si sposò nel 1859 ed in seguito affermando che prima è la fotografia, poi la moglie.
Nel 1864 abbandonò la pratica di fotografo per i problemi di salute causati dai chimici utilizzati nel processo fotografico. Mantenne comunque vivo il suo interesse pubblicando nel 1869 il saggio Pictorial Effect in Photography, Being Hints on Composition and Chiaroscuro for Photographers e Picture-making by photography.

La sua progettualità consisteva nella lenta e scrupolosa elaborazione di scene e  soggetti a partire da disegni e schizzi preparatori, per passare poi alle precise ripresi dei soggetti in posa e l’accurato montaggio in camera oscura col fine di ottenere immagini complesse, elaborate e precisamente composte nelle loro linee e volumi. I temi da lui trattati erano realistici, in conformità con la moda del tempo. Attraverso il fotomontaggio eliminava le perdite di nitidezza ai bordi degli obiettivi e restituiva immagini nitide in tutta la loro superficie. Come ultima fase passava alla rifinitura con tinta e pennello per correggere le imprecisioni.
Robinson è stato anche uno dei combattenti per il riconoscimento della fotografia come forma d'arte a tutti gli effetti. Nella disputa tra fotografia – tecnica e fotografia – arte questa era considerata dai più come un  semplice strumento di riproduzione, a causa dei procedimenti meccanici richiesti.
Lo scopo del movimento pittorialista fu quello di  elevare il mezzo fotografico al pari della pittura. I pittorialisti usavano  tecniche e processi che rendevano l'immagine simile ad un disegno, come la stampa alla gomma bicromata o al bromolio, gli obiettivi soft-focus o la stampa combinata di più negativi su di un unico positivo. Essi preferivano il procedimento della calotipia, nel quale la superficie della carta rendeva confusi i dettagli piuttosto che le tecniche di ripresa su lastra di vetro.  

mercoledì 1 agosto 2012

William Henry Fox Talbot

*Attenzione: la seguente biografia è frutto di una ricerca personale che prende informazioni da varie fonti: i siti http://www.storiadellafotografia.it/; da erticoli e recnesioni pubblicati dalle pagine artistiche e culturali di http://www.corriere.it/,  http://www.repubblica.it/,  http://www.ilsole24ore.com/, http://it.wikipedia.org/wiki/Pagina_principale; le pubblicazioni “I Grandi Fotografi” edito da Fabbri  e curato da Romeo Martinez e Bryn Cambpell, “I Grandi Fotografi, Testimonianze e Visioni del Nostro Tempo: Magnum Photos” edito da Hachette e Il Sole 24 Ore in collaborazione con Contrasto (http://www.contrasto.it/), “FotoNote” edito dalla Contrasto, “Breve Storia della Fotografia” di Jean-A. Keim edito da Enaudi.
*ATTENZIONE: il presente articolo può essere utilizzato solo per fini didattici  e informativi ed è consentita la pubblicazione con indicazione di firma, data e sito dell’autore (http://www. rephotowriter.blogspot.it /), si chiede gentilmente di comunicarlo all’autore (danyre@hotmail.it)

William Henry Fox Talbot

Mentre la febbre della fotografia sta dilagando in Europa, William Henry Fox Talbot continua nei suoi esperimenti tesi ad affinare il procedimento della carta salata.
I suoi tentativi non si sono mai interrotti ed egli acquisisce  una serie di conoscenze ed esperienze che si riveleranno di importanza fondamentale per il futuro della fotografia.
Nel 1833 mentre fa degli schizzi con la camera oscura ha l’intuizione di «prendere una camre obscura e di proiettare l’immagine degli oggetti su un pezzo di carta nel suo centro, immagine fantastica, creazione efimera destinata a dileguarsi rapidamente. Volgendo questi pensieri, mi venne l’idea di quanto sarebbe bello far sì che le immagini naturale s’imprimano da sole e rimangano fissate in modo durevole sulla carta».
Viene a conoscenza delle proprietà fissative del tiosolfato, che permette di arrestare il processo di annerimento dei sali d’argento e rendere definitive le immagini prodotte sulla carta sensibilizzata.
Dai primi mesi del 1839 rivolge la sua attenzione a nuovi materiali fotosensibili .
Inizia ad impiegare come elementi sensibilizzanti il nitrato d’argento ed il bromuro di potassio, determinando la formazione di bromuro d’argento, tutt’ora utilizzato come ingrediente delle emulsioni fotografiche.
Il massimo risultato lo ottiene usando tale procedimento su fogli di carta già trattati col vecchio metodo al cloruro d’argento.
Gli esperimenti non si fermano e questo prodotto viene superato da nuove formule che utilizzano l’acido gallico, ottenuto dall’infusione delle galle che si formano sui tronchi o sulle foglie a causa della parassitosi di funghi o batteri.
Talbot comprende che l’acido gallico accelera l’apparizione dell’immagine prodotta dalla camera oscura.
L’annuncio della scoperta viene dato a Biot con una lettera che lo scienziato francese legge all’Accademia delle Scienze di Parigi il 18 gennaio 1841 e con altre due comunicazioni del 5 e del 19 febbraio alla Literary Gazette;  propone di chiamare il suo procedimento “calotype”, cioè “bella immagine” (dal greco Calos=Bellezza), successivamente modificato in “talbotype”.
Vista l’esperienza precedente fatta con Daguerre, l’8 febbraio brevetta il procedimento.
Dal negativo si ottene l’immagine positiva stampandolo su un altro foglio di carta sensibilizzato.
Il problema  della trasparenza, elemento che influenza la qualità della copia positiva, viene risolto trattando il supporto cartaceo con cera o prodotti oleosi così che la luce possa attraversare il negativo con maggiore facilità ed efficacia.
L’immagine  non è di eccelsa qualità, se paragonata al dagherrotipo, ma ha l’importante elemento della riproducibilità, perché dal negativo è possibile ottenere un numero infinito di copie positive.
Dopo aver brevettato il  metodo, Talbot inizia a sfruttarlo commercialmente, rilasciando licenze per la produzione di calotipi.
Nel 1842, in virtù della scoperta, riceve la Rumford Medal dalla Royal Society inglese.
Nel 1843 apre uno studio fotografico a Londra e l’anno successivo dà inizio alla pubblicazione del “The Pencil of Nature”, il primo testo a stampa su cui trovano posto delle fotografie, composto da una serie di successivi contributi che non solo illustrano in dettaglio la sua scoperta, ma introducono i primi elementi di riflessione sul significato e le possibilità di questo nuovo mezzo di espressione.
Su ogni copia sono applicate in originale le immagini calotipiche positive stampate dai suoi negativi.
Al contrario del dagherrotipo, che continuerà ad essere prodotto come immagine positiva diretta ed unica senza subire alcuna evoluzione (ed infatti in breve si estinguerà), il calotipo di Talbot appare suscettibile di continui miglioramenti.
Verrà superato soltanto dall’avvento della fotografia digitale. Cambieranno i supporti (carta, vetro, pellicola), si evolveranno le composizioni chimiche delle emulsioni d’argento fotosensibili e le loro risposte all’azione della luce (foto a colori), saranno  modificati i trattamenti rivelatori e i fissaggi, ma il principio rimarrà sostanzialmente il medesimo.