sabato 21 luglio 2012

La street photography ci è utile?


La Street Photography ci è utile?



*ATTENZIONE: il presente articolo può essere utilizzato solo per fini didattici  e informativi ed è consentita la pubblicazione con indicazione di firma, data e sito dell’autore (http://www. rephotowriter.blogspot.it /), si chiede gentilmente di comunicarlo all’autore (danyre@hotmail.it)


Stabilito che è ancora possibile praticare la fotografia di stada e che, ponendo la giusta attenzione al contenuto delle foto e al loro utilizzo, prendere immagini dalla realtà non è un’attività criminosa, illecita e perseguibile si invitano i lettori a fare una breve riflessione sulla sua utilità.

Premessa: si sa che l’azione del fotografare è in sé violenta in quanto è un’appropriazione di un pezzetto di realtà; questo è vero, sì, ma non fa male a nessuno!

Se praticta con intelligenza e perizia la street photography porta con sé, all’interno dell’immagine, numerose informazioni che, prese dalla strada appunto, descrivono e raccontano il luogo e la gente.

A ben guardare l’immagine fotografica ha dato il suo contributo nell’evoluzione della società; la sua grande diffusione mediatica attraverso la stampa (quindi anche attraverso le parole di alcuni giornalisti, soggetti che riportano la verità sostanziale dei fatti a cui assistono e che lavorano per informare la socetà su ciò che accade nel suo vasto interno) ha permesso di venire a conoscenza di molti avvenimenti, anche lontani, che hanno mosso la gente dal basso aiutando a cambiare le cose, il modo di vede la realtà e di interpretarla.

Un importante episodio è stato la divulgazione delle prime immagini della guerra del Vietnam, che hanno contribuito a svegliare le coscenze di molti e a incentivare gli sforzi di coloro che erano contrari ad essa, fomentando gli ideali che hanno mosso intere generazioni in quegli anni.

Nel caso specifico Daian Arbus con le sue foto degli “emarginati”, quei freak che vivevano ai margini della società, dalla quale venivano allontanati e nascosti per non essere visti, sono state utili se non fondamentali nell’apprendere che esiste anche questa umanità, che vive così! È così! Le foto della Arbus hanno anche il pregio di non giudicare mai il soggetto nella loro precisa descrizione.

Discoroso analogo per Nan Goldin, Antoine D’Agatà, Lisette Model, Mery Ellen Mark e tutti gli altri, non solo fotografi, che con la loro opera hanno documentato i comportamenti, i luoghi e i volti delle più diverse umantà facendo cos^ conoscere queste marginalità, in quanto laterali e non viste o non volute vedere, all’ampio pubblico occidentale borghese che con il tempo e con il continuo consumo di immagini, quindi di informazioni, ha digerito e assimilato lo “strano”, l’anormale, non senza tumulti e rigurgiti, accettandolo entro i confini delle sue città fino a farlo diventare una propria cifra stilistica.

Dopo questo breve preambolo introduttivo su quale possa essere la capacità comunicativa e culturle della fotografia si ripropone la domanda iniziale: quale utilità?

Immaginiamo non più possibile praticare l’attività della street photography: chi e come documenterebbe il tempo della nostra socetà attuale? Il secondo decennio del XXI secolo, che mostra un continuo e sempre maggiore distacco dalle tradizioni dei nonni, ormai bisnonni e un sempre cresciente individualismo, sul piano dell’interesse umano e un conformismo massificato negli usi e costumi, dovuti forse ad un’eccessiva e troppo permissiva globalizzazione (in generale)?

Chi racconterà dei pendolari sempre più assorti nei loro tablet; dei ritrovi giovanili sulle sponde del lago tutti con lo stesso modo di vestire, di fare, di parlare, oppure di quelli in piazza dove si riconoscono i vari generi e sottogeneri?

              Forse è anche questo impedire di raccontare i fatti che accadono in pubblico, il continuare a vederli come strettamente privati e personali anche quando si è al tavolo del bar, lungo il marciapiede della stazione o a passeggio nella piazza; la resistenza intellettuale dei soggetti fotografati verso chi cerca di creare un racconto di ciò che vede, giudicando il fotografare un atto intrusivo e irrispettoso, banale attività ricreativa in quanto meccanica e ritenendo, a torto, che l’appropriazione da parte di altri della propria immagine e il suo utilizzo costituiscano un insulto può aver provocato un distacco o una perdita della memoria e delle sue facoltà e aiutato il diffondersi di modi e stili comuni, che hanno annullato in parte quelli locali preesistenti.

              Forse (un’altra incertezza nella stesura di questo testo e segno della complessità dell’argomento tratto) la vera essenza della street photography, come quella della Street stessa, sta non nel fotografo (chi osserva e racconta), ma nei suoi soggetti, nelle sue innumerevoli personalità che la animano e le dànno senso; cioè è la gente che con le sue azioni dà senso allo svolgersi delle attività e queste sono legittimate solo dal volere dei propri attori.

              Un esempio per spiegarmi meglio: il segreto di una buona pizza non sta negli ingradienti, non solo, come non sta nell’abilità di chi la cucina, bensì nell’allegria del pizzaiolo.

Così accade in giro per strada; il fatto di compiere un’azione rilevante all’interno della società, in quanto espressione di essa o dei suoi bisogni, gustifica il fatto che essa venga compiuta e di conseguenza assume una valenza per tutta la società; il che significa che ha una valenza anche come racconto o parte di una storia più ampia che ha come soggetto l’uomo nel suo ambiente.

Re Daniele 16-07-12