giovedì 9 agosto 2012

Roland Barthes, la camera chiara

*ATTENZIONE: il presente articolo può essere utilizzato solo per fini didattici  e informativi ed è consentita la pubblicazione con indicazione di firma, data e sito dell’autore (http://www. rephotowriter.blogspot.it /), si chiede gentilmente di comunicarlo all’autore (danyre@hotmail.it)

Commento a “La Camera Chiara” di Roland Barthes

A Ricky Alvaro che mi ha regalato il libro

In breve, l’analisi attuata da Barthes parte dal sentimento, ciò  che io (Lui) provo di fronte a un’immagine fotografica, in quanto “io” sono misura e riferimento del sapere fotografico e dell’analisi di cui sto investendo la foto, cioè lo studium, il sapere culturale che traggo dall’osservazione dell’immagine.

Questa analisi presuppone un altro elemento, il punctum, che è in diretta relazione con il sentimento: perché quella foto mi interessa, mi avviene e mi anima. il fatto di non conoscere la causa di quest’attrazione o predilezione per una foto in particolare è un motivo di forte interesse ad approfondire lo studium e lo giustifica.

Il noema della fotografia si desume dal fatto che ciò che io vedo, il referente della fotografia, è stato posto davanti alla macchina fotografica; “è da questa mescolanza di stato reale e stato passato che si attesta il noema “è stato”; ciò che io vedo è realmente stato lì, in quanto la fotografia è contingenza pura e porta sempre con sé il suo referente” (R.B.)

Ma il ragionamento non si ferma qui: il tempo assume quindi un grado di importanza essenziale nella lettura della foto e nella sua percezione, anche come morte. Io sono qui e ora, ma “perché?”, si chiede Brthes.

Il tempo passato e quello presente si rincontrano nello studium in quanto non è possibile prescindere dall’esperienza personale (vissuta nell’oggi) e dal fatto che la fotografia rappresenta il passato.

Barthes accenna alla fotografia come l’immagine della morte nel tentativo di perpetuare l’immagine della vita, in un’epoca in cui il monumento funebre, ricordo del defunto per onorarne la vita, perde di senso e significato e la fotografia ne sostituisce le funzioni. In ogni società c’è infatti  bisogno dell’immagine della Morte, territorio di grande e suggestivo interesse che attende di essere indagato appieno.

La conclusione del saggio non dà risposte, ma lascia la mente libera di scegliere quale strada seguire: ritorna al sentimento da cui parte.

Il titolo, La Camera Chiara, è riferito all’ultimo passo di questo ragionamento: l’aria di un soggetto, ciò che io percepisco del un volto di una persona, non passa da una camera obscura, bensì essa è “l’ombra luminosa” del soggetto, un qualcosa che esite ed è sempre lì in virtù del fatto che il soggetto esiste e che si collega a me tramite un canale luminoso di affetto (sentimento) e ragionamento (idea e pensiero).

Pazza o savia? È pazza se dice o se non dice? Se dice troppo o troppo poco? Se è reale o illusoria?

“È saggia se il suo realismo resta relativo”, “Sta a me scegliere se aggiogare il suo spettacolo al codice civilzzato delle illusioni perfette”, “ è pazza se è assolutamente reale, se porta alla mente la lettera del Tempo: moto propriamente revulsivo” che inverte il corso del ragionamento riportandolo alla realtà e al noema “è stato”, quindi affermando il passare del tempo, dandone una prova certa, “l’estasi fotografica”, quando riporta alla coscienza il reale che ci appare incomprensibile in quanto non può essere codificato nella sua totalità in immagini o illusioni.

È savia quando non aggiungendo informazioni si presenta come immagine all’interno del tempo quotidiano, quindi in quanto immagine non è del tutto reale e in parte illusoria, con la medesima forma, o meglio logica, di tutti gli altri miti del nostro tempo, che in quanto tali sono immagine e illusione di un qualcosa.

È pazza quando porta con sé dei messaggi che arrivano alla coscienza e svegliandola le comunicano che la realtà “è stata” proprio cosi.
In conclusione chéddire di più? Per operare e capire qualcosa è meglio seguire l’istinto, ascoltare la pancia e il sentimento e poi usare la testa.

Noema: nella filosofia di Aristotele, l’oggetto dell’intuizione intellettiva allo stato puro; nella filosofia di Husserl, la modalità oggettiva dell’apparire della cosa nell’esperienza vissuta. Significato di un glissema: voce o espressione oscura o non usuale; nota esplicativa di tale voce.

Re Daniele 19-06/07-08-12

Ci tengo a precisare che il testo non è affatto semplice ed è suscettibile di varie interpretazioni