lunedì 27 agosto 2012

Una notte alla stazione centrale

Una notte alla Stazione Sentrale di Milano                       

                                      
*ATTENZIONE: il presente articolo e le foto correlate possono essere utilizzati solo per fini didattici  e informativi ed è consentita la pubblicazione con indicazione di firma, data e sito dell’autore (http://www. rephotowriter.blogspot.it /), si chiede gentilmente di comunicarlo all’autore (danyre@hotmail.it)



Causa: sciopero di 24 ore dei sindacati contro la manovra Salva Italia di Mario Monti.
Esco dalla metropolitana verde, alla fermata Stazione Centrale e vedo Gabriele Basilico. Sono le ore 21:30; subito alla mente un paesaggio, uno dei suoi, vuoti e solitari, dove è assente la figura umana, lì è il tempo, in quei luoghi c’è solo il tempo…un presagio della notte che passerò.
Arrivo in Stazione Centrale al piano dei binari, vado al tabellone dove è illuminata l’indicazione dell’ultimo treno per Lecco che non è ancora stato cancellato. La speranza di tornare a casa è grande ma il freddo con una ventata la stronca: sono le 23:30, il treno viene cancellato.
Inizia così la mia esplorazione notturna della stazione: ci sono i barboni, homeless ha un suono migliore, come se la casa si fosse lasciata giù sulla loro testa; il denaro non fa la felicità, questo mi dicevano quei bellissimi volti di corpi riversi sul marmo tra la polvere; è il freddo che muove i miei pensieri: “stanotte scoprirò com’è una notte di barbonaggio, peccato però scoprirlo in una delle notti più lunghe dell’anno…”.
Perlustro la stazione per trovare un posto riparato e mi scontro con il compromesso di queste notti: o si sta al caldo o si sta comodi.
Per fortuna ho la mia pecora in testa! (la mia nuova berretta con disegnata una pecora, che per me è brianzola).
Vago cercando un posto per fare la pipì, penso io sia meglio usare il bagno di un treno. Scopro così che c’è chi usa i treni lasciati aperti come dormitorio. La discesa del sottopassaggio in fondo ai binari, al limitare del demanio, un odore caldo e dolce mi avvolge. Luci soffuse, porte con divieto d’accesso spalancate ed una luce verde brillante profusa dalla tromba delle scale sono per me affascinanti come la luce viola per gli insetti; è il tunnel di servizio degli operai e addetti a pulizia e manutenzione, con le loro tute e casacche gialle fluorescenti che s’espandono nel buio.
Finalmente la pipì, dietro la base di un pilastro portante della volta della galleria centrale, la nuvola di vapor pipineo che sale calda viene illuminata dalla luce delle torri faro, affascinante.
Percorro un marciapiede, vedo in terra accanto ad un Freccia Rossa delle sigarette disposte in maniera regolare, un codice segreto, forse.
I guardiani notturni perlustrano la stazione e controllano che non accada qualche cosa.
Le panchine d’attesa sono sgombere di vita ma ricche dei segni del suo passaggio, lì è affascinante ammirare i rifiuti lasciati dagli altri, quasi tutta plastica (carte e lattine sono poche) sigarette, in ogni posto qualcosa.
In piazza Duca d’Aosta fervono i preparativi per il giorno nuovo, l’indomani mattina imminente, poliziotti e spazzini pattugliano la via, svuotano cassonetti e cambiano sacchi neri.
I muratori vanno a dormire nei camion dopo una pipì in un angolo di muro e una birra.
Un uomo con un collare di fogli di giornale nasconde l’orecchio destro, chissà quale mistero…
La gente qui ha paura che, come in trincea, debba accadere qualcosa da un momento all’altro, ma poco accade se non nulla.
Si passeggia, ci si guarda in giro, si dorme e se si può si parla, pochi scrivono, la posizione è scomoda e il desiderio di sdraiarsi con la faccia sullo zaino o sul giornale è fortissima.
Il cartone è l’unico amico del riposo e negli angoli un po’ più comodi la pace regna.
È incredibile come l’empatia della gente aumenti in tali situazioni, uno pensa, l’altro dice, un altro ancora fa.
La nebbia satura l’aria al di fuori della stazione mentre la temperatura cala lentamente.
Gli occhi iniettati di sangue degli immigrati e degli orientali, fanno paura, è la paura del diverso; magari anche loro vedendo il bianco pensano che siamo malati o che mangiamo poco.
Il giallo e il rosso ci sembrano i colori più brillanti, ma in un corridoio costellato da essi è il verde il colore più forte.
Sono immerso in una matrice di fondo uniforme, è tutto grigio e sonnolento qui  nella pancia della stazione, chissà che cosa succede fuori.
Lento è lo scorrere del tempo, come lente le nuove partenze compaiono sul tabellone, qui ricompare il verde, nato dal blu e dal giallo delle fasce colorate dei monitor.
In lontananza vedo le luci della città assopita, oramai addormentata e dormiente, è una città accesa d’arancione, o meglio del “giallo ambra” dei semafori.
Ora la nebbia arriva anche dentro la stazione, nei grandi locali aerati dove la condensa  e il vuoto acuiscono la sensazione di imponenza della struttura e la magnificenza degli spazi.
Qui sento parlare l’intero maghreb e il popolo slavo, poco quello italiano.
Noto che sono gli stranieri, africani in testa, i più propensi a sdraiarsi senza pudore nella polvere, su di uno strato di appena un paio di fogli di giornale o sulle proprie valigie, se le hanno, mentre noi italiani manteniamo un certo ritegno che, a mala pena, ci permette di appoggiarci.
Così imparo, impariamo, quanto è comodo avere un letto, almeno; il water è un di più, ma la carta igienica no.
Per una volta non mi sento stupido ad indossare il cappuccio della felpa.
Per fortuna ci sono gli alberi di Natale che riempiono lo spazio e scaldano l’aria.
Stanotte ho imparato come la carta trattenga il calore ed il colore.
Chiudere gli occhi, sentire le voci ovattate che echeggiano lontane nelle orecchie, assopirsi e cedere al sonno, mescolare percezione cosciente e sogno. D’improvviso alzo la testa e apro gli occhi, i suoni mi colpiscono da ambo i lati sempre più forti, mentre la vista è bidimensionale e bicromatica, più lenta dell’udito ad adattarsi al cambiamento, vedo sagome verdi e viola.
No, non sono allucinato, è solo il sonno, sono ebbro di sonno!
Bevo un sorso di whisky dalla mia fida fiaschetta per scaldarmi e vado a prendere un cappuccino con cioccolato alle macchinette; sul binario un treno fermo, con le porte aperte, dal quale escono parole urlate a raffica da individui di origine africana sub-sahariana. Non so che cusa fare per quelle grida: se avvisare un pubblico ufficiale o meno; alla fine non faccio nulla, decido che è meglio cosi.
Gli agenti in borghese sono davvero ridicoli, peggio che nei film, ma utili.
Prendo il cappuccino e subito arriva la copia del giornale gratuito Leggo, la prendo.
Giornale fresco di stampa e cappuccino caldo, marca Lavazza, mi sento un Re…lo sono.
Polizia e pulizia, la stazione è sempre antica, sono appena le quattro e le attività già fervono…o non si sono mai addormentate.
Pantalone verde e scopettone, tanta voglia di fare bene il proprio lavoro.
Il giornale: stanotte, stamattina, io sono sicuro, sono stato il primo ad averne tra le mani una copia e a sfogliarla bramoso delle sue notizie e dei venti che spirano sulla Lombardia.
Chi può affermare, tra noi pendolari, di essere il primo ad avere tra le mani l’agoniata copia, nessuno, nessuno ne ha la matematica certezza; io sì, questa notte sì!
Sono le cinque di mattina del sedici dicembre 2011, qui in stazione le luci non si sono mai spente, le scale mobili sì.
Anche se questa, o quella trascorsa, è, o era, la notte più lunga dell’anno, io mi sono addormentato  quindici volte in un’ora e per me quella è stata la notte, il passaggio obbligato perché l’oggi diventi ieri e il domani diventi oggi.
“Dei marocchini hanno rubato le tende dai treni! Sono là! Nella saletta…” ha gridato un signore a due guardie.
Forse, dico forse, avrei dovuto fare così anché io. Ma chi sa che cosa è giusto e che cosa è sbagliato?
Oggi: minima 2 °C; massima 9 °C; umidità 62%; venti da nord-ovest.
Leggere e scrivere fanno passare il tempo, meglio che camminare su e giù; è incredibile che qui, in queste poche pagine, ci sia tutta un’intera nottata di attesa riassunta in tanti piccoli flash di pensiero.
Pulizia e polizia, sempre loro formano una squadra efficientissima, che ha permesso a me, come a tanti altri oggi e sempre, di passare dignitosamente una tranquilla nottata all’addiaccio.
Dovrò comprare un presente ai miei cari per l’ansia patita. Poverina la mamma. Una forma di formaggio o un salame da tre o quattro chili ad una delle bancarelle qui fuori dovrebbe bastare, tanto non la compro, basta il pensiero.
Tante facce che si rincorrono, che si ripetono: nessuno riesce a stare fermo in un posto, è un’esigenza, la speranza di un evento che cambi la monotonia dell’attesa, che scolleghi per un attimo tutti i pensieri, che in soli dieci minuti d’attesa vagano, chissà perché, arrivando a lambire il più remoto confine della contingenza reale e della verità sostanziale dei fatti, creando nella nostra mente immagini dal sapore un po’ surrealista e dadaista, dove il non-senso sfocia nella distruzione.
Tornando a prima, più e più volte m’è capitato di incrociare gli stessi sguardi, le stesse strade con gli stessi individui.
Molti di essi camminano veramente male, a papera, con la pianta del piede larga e piatta, caricano il peso più all’interno o più all’esterno, più a destra o a sinistra, molleggiando con ginocchia e bacino, proseguendo con andatura da primate.
Il mio scrivere ha suscitato la curiosità di molti e contagiato altri due signori, chissà che cosa loro staranno scrivendo, chissà che cosa avranno pensato di me.
All’alba delle sei compare sul tabellone il binario, il sette, del treno diretto per Tirano delle ore 6.20, che arriverà a Lecco alle ore 6.59, si spera.
Alle sei comincia ad arrivare gente da Milano, che entra in stazione per prendere il treno che la porterà al lavoro o da amici e parenti, totalmente ignara di quello che è accaduto nelle otto ore precedenti al suo arrivo sotto il tabellone di arrivi e partenze; totalmente ignara di quanto puzzi la mia berretta dopo un’intera notte passata a scaldare le mie cervella!
La gente che sta entrando ora è ignara che i loro sono i primi nasi della giornata che a volgersi verso l’alto, perché i nostri hanno sempre guardato i propri piedi.
Ora, comodamente seduto al caldo su di un treno diretto, le luci della città, che prima erano immobili, lampeggianti e assopite, scorrono via veloci, virgolettando nel buio, rivelano la presenza d’altri in altre stazioni, che come me hanno passato una notte nel brillante caos del basso mondo di una vita notturna, che è più vitale ed eccitante che non pericolosa.
L’unica differenza tra notte e dì è che di notte le ombre sono più estese e le luci più fioche; ciò non toglie ch’esse coesistano sempre in perfetto equilibrio e che nessuna sovrasti o annulli l’altra.
-Peccato che quella notte non avvo con me la mia macchina fotografica-
Re Daniele 15/16-12-11